Archivi categoria: Cinema d’autore

Brothers of the night – Visioni Fuori Raccordo X

Brothers of the night, documentario di Patric Chiha, presentato nella sezione “Visioni internazionali” del Fuori Raccordo – Rome Documentary Fest non è propriamente un documentario. O almeno non secondo l’ideale comune. E’ piuttosto un cortocircuito fra il dispositivo documentaristico che s’immerge nella realtà raccontata e la costruzione grottesca ed espressionistica della messa in scena.

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Babylonia mon amour – MedFilm Fest XXIII

Babylonia mon amour è un film sulla sopravvivenza. Il racconto di una realtà drammatica e viva, attuale e radicalmente veritiera, che è il frutto di un processo di studio prolungato ed immersivo di un pezzo di società. In origine c’è il viaggio in Spagna dell’autore e regista Pierpaolo Verdecchi, che racconta agli spettatori del MedFilm Festival il suo bisogno di << vivere un’esperienza nuova , lontano dalla cultura e dalla società italiana>>. A Barcellona inizia a seguire un gruppo di ragazzi senegalesi e ne racconta attraverso il documentario lo sforzo di sopravvivere al quotidiano e di adattarsi ad una società complessa, diversa e vessata da conflitti interni. << Il territorio dei migranti>>, spiega Verdecchi, <<era la realtà che mi interessava di più, quella che spesso si sconsiglia di frequentare>>, perché pericolosa, perché diversa, perché incompresa, nella sua singolarità culturale e non nell’accezione patetica del termine.

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Song to song – Tempo, spazio e superficie del vissuto

Lo sguardo di Malick si insinua fra i rituali della contemporaneità, osservando, da un oblò distorcente, le grandi celebrazioni collettive del nostro tempo. Fra i concerti rock di Austin e i laser delle discoteche metropolitane, si ricercano delle visioni evocative della vita, così da recuperare le dimensioni di libertà e felicità; trovare la reincarnazione visiva di un concetto. La camera aggredisce i personaggi, cerca nei loro visi e sulla loro pelle delle risposte. Si concentra sui dettagli, con una sensualità istintuale: le mani, le gambe, il ventre. Elementi scorporati, che rievocano frammenti d’esistenza.

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Trainspotting 2 – “…be addicted to something else”

Sick Boy: “Prima ce l’hai, poi lo perdi e se n’è andato per sempre”

Renton: “Quindi tutti invecchiamo e non ce la facciamo più. Tutto qui?! Questa è la tua teoria della vita?”

Sick Boy “Si…perfettamente illustrata, cazzo!”

Trainspotting 2 si apre con Mark Renton in palestra, che corre su un tapis roulant. L’immagine ha un valore uguale e contrario a quella del primo film, in cui il giovane Renton corre per le vie di Edinburgo, scappando dalle due guardie del negozio, appena taccheggiato. Il confronto fra il passato e il presente mette in evidenza il cambiamento del personaggio, il suo aver scelto la vita e la normalità; poi Mark accusa un dolore improvviso e collassa a terra, svenuto. La vita assume rapidamente l’aspetto della morte e le regole del primo capitolo si dissolvono, lasciando spazio ad una nuova storia da raccontare.

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Nostalgia ed impotenza sono i temi principali che sorreggono il secondo attesissimo capitolo di Trainspotting. Continua la lettura di Trainspotting 2 – “…be addicted to something else”

11° Festa del Cinema di Roma – Focus “Immortality”

Un anziano siede al tavolino del vagone ristorante, mangiando a malapena. E’ su un treno in sosta e dal finestrino scintillano luci di avvertimento verdi, gialle e rosse, fantasie di colore di una notte tempestosa. Un momento apparentemente innocuo, semplice, imprevedibile, segno di una realtà talmente vera che inganna.

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Così si apre Immortality (titolo originale Javdanegi), film del regista iraniano Mehdi Fard Ghaderi che si presenta alla Festa del Cinema di Roma con il suo primo lungometraggio. Un lavoro originale, sorprendentemente profondo e dall’audace sperimentalismo tecnico. Senza dubbio una delle opere più belle e valide del Festival.

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Indivisibili: la profondità del Primo Piano

img_indivisibili01Il Primo Piano (P.P.) è l’inquadratura della rivelazione. Permette di selezionare un elemento dal contesto ed investirlo di significato. In un certo senso indica allo spettatore cosa guardare e dove cercare le  giuste risposte. Proprio per questo motivo rappresenta il massimo grado di avvicinamento che non stravolge l’oggetto della visione:  il Primissimo Piano (P.P.P.), come il Particolare o il Dettaglio, sono gesti di alterazione cinematografica del corpo umano che può portare alla deformazione della figura ( i P.P.P. di Lynch in Inland Empire) oppure alla sua segmentazione (il sezionamento di parti del corpo che viola l’integrità del viso, ovvero dell’elemento più comunicativo dell’attore cinematografico). Indivisibile, ultimo film di Edoardo De Angelis, presentato in anteprima alla 73ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, fa del Primo Piano il suo strumento comunicativo più forte, investendolo di sentimenti eterogenei, inseriti con delicatezza e cura dell’immagine. Qui il P.P. rappresenta una distinta forma di empatia. 

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Bacalaureat – Esame di maturità nazionale

Quando visitai per la prima volta le periferie di Bucarest e Brasov, rimasi colpito da quei casermoni riverniciati di rosa pallido e sbriciolato, dove le vite delle persone erano divise sola da una finestrella, un balconcino e qualche filo appeso per stendere i panni. Tanti piccoli abitacoli, uniti assieme, con le luci delle cucine che di notte si potevano distinguere dalla strada. Mi incuriosivano  quelle vite all’interno, così vicine l’una all’altra; talmente compresse che immaginavo si scontrassero. Poi c’era tutto il resto intorno: giardini pubblici, vecchi parco-giochi, tanti negozi, cani randagi, boschi e sterpaglie alle spalle delle abitazioni. Mi resi conto di uno squilibrio evidente fra le case e l’esterno, il dentro e il fuori, la sicurezza del piccolo abitacolo e il caos del rimanente.

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Su Re:i luoghi dell’esilio

Osservando le figure nere che si incastrano nel paesaggio roccioso del Supramonte sembra quasi immediato l’accostamento al brulichio figurativo della pittura sacra dei fiamminghi, ma sembra ancora più brusco allora il violento allontanamento dalla forma che il grandangolo impone all’immagine che, deformandosi, invece di allargare la visione la comprime, così che quelle figure sacre si fanno incomplete e inafferrabili come nei drammi della percezione di Fautrier o nelle figure dell’abbandono di Baselitz, come nei rituali dell’identità perduta di Beuys.

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La Passione di Columbu è la messa in scena di un evento straordinario, al di là dei limiti del suo autore, che si limita ad avvertire il dato di imponderabilità a cui la ricostruzione costringe: in Su Re la messa in scena consiste in una reale processione, in un rituale critico della propria identità, un Mistero Sacro medievale in cui la partecipazione è  condizione della visione;i personaggi sono quasi indistinguibili in una recitazione che reitera la necessità del tentativo in uno sforzo che è di ricordo e di ri-marginazione impossibile.

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Piccoli omicidi tra amici – Inquietudine da black comedy

Scherzi, complicità promiscua e giochi tra amici, un omicidio. Dell’indeterminatezza aleggia sulla pellicola degenerante di Danny Boyle, autore che trasforma e confonde, capace di metter su uno “scherzo”, quasi teatrale, quasi cechoviano. Il crimine rompe gli equilibri della convivenza piacevole e piaciona di tre amici  in un appartamento di Glasgow e quella che dovrebbe essere una commedia nera si sovraccarica fino al black-out, al crash di sistema, scivolando nella più profonda inquietudine per poi ritrovare un nuovo equilibrio nel finale. Il cinema dello squilibrio di Boyle, con la sua naturalezza scozzese, ambigua ed impulsiva, lascia attoniti, come se non si riuscisse a decifrare cosa si sta vedendo, ad etichettarlo, controllarlo, eppure attira ed incanta come quando si viene catturati da un indovinello. Piccoli omicidi tra amici fa questo effetto; una materia semplice, volutamente frivola che si rivela difficile da decifrare e che da una realtà potenzialmente artefatta passa al grottesco e poi al dramma claustrofobico, ossessivo. fullscreen_pc Continua la lettura di Piccoli omicidi tra amici – Inquietudine da black comedy

Un Lac: traumi e paradossi di qualsiasi schema, ricordarsi di quello che si nasconde e non scordarsi quello che si è nascosto

Da un buio evolvere qualcosa, non abbagliati nella lucentezza, ma trovare un abbaglio nell’apparizione di uno scatto, l’emersione di “un volto che con me è rivolto verso l’infinito” oltre un flusso di disturbi, come ne La Notte di Antonioni “vedere nello scuro”  una trasparenza , vedere sempre solo oltre attraverso una testa, la stessa di Enter the Void, la stessa di Masao Adachi tumblr_inline_mllepvdmw41qz4rgp nonostante la decomposizione delle unità narrative minime  il cinema di Philippe Grandrieux trova nell’esasperazione dello sguardo un “uso”, l’immagine significa il suo uso” come le parole per Wittgenstein. Continua la lettura di Un Lac: traumi e paradossi di qualsiasi schema, ricordarsi di quello che si nasconde e non scordarsi quello che si è nascosto