Indivisibili: la profondità del Primo Piano

img_indivisibili01Il Primo Piano (P.P.) è l’inquadratura della rivelazione. Permette di selezionare un elemento dal contesto ed investirlo di significato. In un certo senso indica allo spettatore cosa guardare e dove cercare le  giuste risposte. Proprio per questo motivo rappresenta il massimo grado di avvicinamento che non stravolge l’oggetto della visione:  il Primissimo Piano (P.P.P.), come il Particolare o il Dettaglio, sono gesti di alterazione cinematografica del corpo umano che può portare alla deformazione della figura ( i P.P.P. di Lynch in Inland Empire) oppure alla sua segmentazione (il sezionamento di parti del corpo che viola l’integrità del viso, ovvero dell’elemento più comunicativo dell’attore cinematografico). Indivisibile, ultimo film di Edoardo De Angelis, presentato in anteprima alla 73ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, fa del Primo Piano il suo strumento comunicativo più forte, investendolo di sentimenti eterogenei, inseriti con delicatezza e cura dell’immagine. Qui il P.P. rappresenta una distinta forma di empatia. 

Il giusto grado di avvicinamento alle protagoniste, Daisy e Viola due gemelle siamesi napoletane divenute pop-star neomelodiche in una periferia cittadina ai limiti del surreale. Delle madonne del consumismo, degli oggetti sacrificali, sacrificati al Dio profano del profitto; vittime dello sfruttamento di un padre violento, giocatore d’azzardo (Massimiliano Rossi) e di una madre alcolizzata ed omertosa (Antonia Truppo). La storia, di per sé drammatica, affronta in maniera un po’ caotica il tema della libertà di scelta e della sua privazione, soffermandosi sulle sofferenze, le speranze e le peripezie delle due sorelle. Le caratteristiche principali delle protagoniste, le rendono dei soggetti cinematografici abbastanza problematici da gestire, per le questioni socio-culturali che affrontano: 1) Sono adolescenti e vorrebbero diventare donne; 2) Sono fragili, ma alla continua ricerca di una forza interiore; 3) Sono prigioniere e in fuga da tutti coloro che vorrebbero incastrarle 4) Sono “malate” (o almeno così appaiono nel film). Per tutti questi motivi, la regia di Edoardo De Angelis sceglie di rispettare le distanze, mostrandoci così due ragazze, assorte e combattute nei loro problemi, ma non eccessivamente schiave succubi delle proprie disgrazie.  Il loro malessere non è tanto legato all’impossibilità di dividersi (tesi facilmente confutata dal parere  medico), quanto all’incapacità di ristabilire un dominio personale sul proprio corpo. Problema: le sorelle raggiunta la maggiore età reclamano il diritto di vivere autonomamente la propria vita. La richiesta d’indipendenza suscita il dissenso della loro famiglia e dell’intera comunità, che ne vede compromessa la natura divina e la loro missione salvifica (la cui consistenza rimane confusa e forse lo è volutamente).  E’ evidente allora come Indivisibili parli di una lotta di potere, che assume i connotati di un conflitto generazionale (i vecchi contro i giovani) e di gender (maschile contro femminile). Eppure è un conflitto impari. In entrambi casi sembrano spadroneggiare le prime correnti (vecchi-maschile) rispetto alle seconde, che hanno un unico gesto di opposizione allo stra-potere nemico: la fuga.

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A questo punto va introdotto il contesto della storia. Il mondo intorno alle protagoniste è un elemento di particolare interesse, sia sul piano della messa in scena cinematografica, sia in merito ai risvolti socio-culturali che mette in campo. Prima di tutto perché è semivuoto,  o forse “morto”. Al di là dei familiari di Daisy e Viola infatti non ci sono così tanti personaggi nel film e nessuno di loro è veramente legato al contesto: ci sono dei ragazzi che si esercitano nel canto in riva al mare, come se fossero in un talent show, ci sono due futuri sposi che si scambiano promesse e dediche eterne in una villa fatiscente ed occupata abusivamente, Don Salvatore che esegue rituali sciamanici in mezzo ad una comunità di rifugiati e poi c’è chi vive lontano dalla terraferma, in mare aperto, su una barca e nel proprio circolo di mondanità nascosta. Il mondo intorno alle protagoniste è costituito da ammassi e macerie di periferia, aridi e fatiscenti complessi di cemento e sterpaglie, separati da canali di acqua color verde smeraldo e dal mare, croce e delizia di una terra dalle sembianze post-apocalittiche.

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Tuttavia ciò che viene raccontato è tutto fin troppo grottesco per poter articolare una critica sociale. Sembra che lo sguardo di De Angelis racconti un mondo diverso da quello di Garrone o Sollima e che la verosimiglianza non sia uno dei suoi obiettivi primari. Eppure, considerando che spesso la realtà supera la fantasia, conviene collocare Indivisibili all’interno di una sorta di realismo magico, che in certi frangenti conferisce al film un carattere fiabesco. Daisy e Viola sono 2 moderni Pinocchio, che lasciano il focolare paterno per avventurarsi nei pericoli del mondo esterno, a loro sconosciuto. Chiedono aiuto ai diversi antagonisti, ovvero i tanti piccoli o grandi mangiafuoco (Don Salvatore, Marco Ferrari, il padre) fino all’inaspettato e struggente epilogo, dove si rivela in tutto e per tutto il carattere surreale, dissacrante e allegorico del film. L’evasione e il desiderio di libertà sono ben rappresentate dalle musiche di Enzo Avitabile, che contribuiscono a mediare fra lo spirito esotico del film, con i temi del viaggio, dell’ignoto, della scoperta e della libertà e quello mediterraneo-napoletano con il dialetto, la famiglia, l’incertezza, la fragilità e la sofferenza.

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Una cosa però rimane ancora insoluta: il messaggio del film. Per trovare una risposta bisogna tornare al Primo Piano. Alla ricerca di una verità che si nasconde negli occhi sognanti di due gemelle, mentre scrutano la bellezza del mondo nell’orizzonte di un mare muto . Non è un caso che questi P.P. celino una profondità interna all’immagine, data dalla disposizione dei soggetti nello spazio, dai continui cambi (spesso impercettibili) di fuoco, dalle luci, dalla recitazione e dalle musiche. Qui si annida il senso di un racconto che ritorna ossessivamente ai momenti di sogno e contemplazione sulla vita stessa. Una sorta di slancio vitale inestinguibile che, al di là del marcio o del mortifero che può esserci intorno, continua ad alimentare la speranza in una terra privata della sua umanità.

 

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