11° Festa del Cinema di Roma – Focus “Immortality”

Un anziano siede al tavolino del vagone ristorante, mangiando a malapena. E’ su un treno in sosta e dal finestrino scintillano luci di avvertimento verdi, gialle e rosse, fantasie di colore di una notte tempestosa. Un momento apparentemente innocuo, semplice, imprevedibile, segno di una realtà talmente vera che inganna.

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Così si apre Immortality (titolo originale Javdanegi), film del regista iraniano Mehdi Fard Ghaderi che si presenta alla Festa del Cinema di Roma con il suo primo lungometraggio. Un lavoro originale, sorprendentemente profondo e dall’audace sperimentalismo tecnico. Senza dubbio una delle opere più belle e valide del Festival.

Nell’edizione in cui viene proposta una lodevole retrospettiva al padre del cinema iraniano contemporaneo Abbas Kiarostami, Ghaderi non può fare a meno di presentare un film che risente in parte degli insegnamenti del maestro. Lo studio sul tempo reale, dialoghi e tematiche che scavano alla radice della cultura iraniana, personaggi capaci di concedersi allo spettatore con una naturalezza e semplicità toccante.  Poterlo vedere in lingua originale è sicuramente una prerogativa fondamentale per cogliere meglio tutte le sfumature di una recitazione che si rifà a modelli comportamentali non occidentali. C’è una maggiore compostezza nella comunicazione verbale e fisica degli attori, che esplode solo nei momenti di sentito coinvolgimento emotivo.

Regista e cast alla Festa del Cinema di Roma. Da sx a dx: Ana Nemati, Mehdi Fard Ghaderi, Alireza Ostadi, Manouchehr Alipour
Regista e cast alla Festa del Cinema di Roma.

Indubbiamente il film stimola la curiosità dello spettatore per la sua principale particolarità tecnica. Immortality è un lungo piano sequenza di due ore e trenta minuti (circa), in cui si raccontano le storie di 6 famiglie in viaggio sullo stesso treno.  Già questo dato è indicativo della complessità e quindi dello sforzo tecnico messo in campo da Ghaderi, dalla sua troupe e dal cast; si passa infatti da una storia all’altra con un movimento di macchina rapido ed illustre. La cifra stilistica, la complessità di movimento come mero vezzo autoriale per molti spettatori, particolarmente affascinati dall’egocentrismo autoriale, già basterebbe a promuovere il film, eppure c’è dell’altro. Capiamoci: un film di due ore e trenta minuti è un opera di lunghezza superiore alla media e dopo i primi 40 minuti, in cui si susseguono scenette familiari caratterizzate principalmente da parti dialogate, si inizia ad andare leggermente in sofferenza. L’attenzione rischia di calare, in quanto si pensa di aver capito più o meno tutto della storia, dei loro personaggi e di ciò che accadrà, invece il film ti sorprende. L’insofferenza, il flettersi dell’ attenzione dura pochissimo, quel tanto che basta per accorgerti che Immortality non è un semplice esercizio autoriale, ma è un complesso, lungimirante ed emozionante lavoro sulla narrazione cinematografica. Forse sull’idea stessa di concepire il cinema.

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Il lavoro sul tempo in particolare assume una valenza principale. In campo cinematografico, l’assenza di montaggio è una scelta fortissima. Dagli anni 20′ del Novecento, il montaggio ha rappresentato la specialità del cinema, l’elemento che permetteva di distinguere la “nuova arte” da quelle passate e in particolare dal teatro  e dalla fotografia. Padroneggiare il tempo, scandirlo, realizzare salti temporali di giorni, mesi ed anni è stata la prerogativa naturale del cinema, almeno fino alla metà degli anni 50′. La rivoluzione della Nouvelle Vague e la nascita del cinema moderno portarono all’affermazione del contrario: il cinema diventava il mezzo privilegiato per rappresentare la vita nel momento in cui accade, come un flusso in continuo divenire. Questo paradigma, derivante dalle teorie di Andrè Bazin, costituì il sostrato concettuale del cinema europeo dagli anni 60′ fino ai 70′, influenzando gran parte del successivo cinema mondiale. Il rifiuto del montaggio e l’adozione del piano sequenza come formula fondante della nuova estetica cinematografica determinarono una consequenziale scommessa sul tempo reale, riformattando i precedenti schemi narratologici. Per motivi politici, la rivoluzione del cinema moderno è arrivata in Iran con un ritardo approssimativo di venti anni ed è per questo che possiamo ricollegarci coerentemente all’estetica di Kiarostami e alla sua influenza sul nuovo cinema iraniano. In Immortality l’assenza del montaggio determina una riduzione del tempo ad un grado zero dell’esistenza, per cui eventi cronologicamente collocabili in un “prima” e “dopo”, si mescolano nel flusso continuo del presente. In questo fiume impetuoso del “divenire”, la musica e l’amore sembrano le uniche due costanti a cui affidarsi. La prima è per lo più cantata o suonata, ed assume i caratteri della litania funebre o della filastrocca infantile, così da fissare i due punti fermi dell’esistenza (morte e nascita). L’amore invece è un elemento molto più oscuro e complesso da gestire. Nel film ce ne sono diversi tipi: fraterno, materno, paterno, spirituale, adolescenziale; Tutti sembrano portare all’immortalità, sebbene siano sofferti, drammatici, vacillanti, imperfetti. In una parola: umani. Questo è a mio parere il pregio più grande del film, ovvero l’aver costruito un intricato e coinvolgente mosaico di umanità. Profondo, ricco di sfaccettature e misterioso, macchiato da momenti di felicità e di tristezza, dolce ed amaro allo stesso tempo. Un po’ come quella strana immagine iniziale, dell’anziano seduto al tavolino con la pioggia che scroscia sulla finestra e le luci di emergenza che colorano l’orizzonte. Un’immagine che sembra essere al di fuori del tempo. Quindi a suo modo immortale.

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