Rogue One – Riflessioni su Star Wars e sul sequel-to sequel

Realizzare un film, pensando al successivo è un approccio creativo ricorrente nelle produzioni degli anni duemila. Non si tratta di pensare a un progetto cinematografico strutturato in capitoli e saghe, ma di far coincidere la disposizione seriale con l’oggetto stesso della creatività. Marvel Studios docet, cosiderando la velocità con cui è riuscita ad istituzionalizzare nel cinema dei meccanismi di narrazione che provengono dalla serialità televisiva: il cross-over, il cliffhanger (post titoli di coda), il grande evento del season finale, che nella traduzione marveliana equivale al capitolo di fine ciclo sugli Avengers. La Disney non è da meno e decide di recuperare una delle saghe-fenomeno cult più importanti della storia del cinema, capace di connettere gli anni 70′ con i primi del Duemila: Star Wars.

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Se tralasciamo il risultato all botteghino, che per i prodotti di questa nuova filosofia produttiva del sequel-to-sequel registra quasi sempre un fiorente tornaconto d’incassi, The Force awakens, sul piano creativo, non è stato un cattivo risultato. Molto del merito va a J.J. Abrams che con la giusta dose di rinnovamento e venerazione dell’indimenticabile trilogia originale è riuscito a presentare un sequel che si “salva” a metà. Perché sebbene non ci siano delle mancanze letali nella resa complessiva, il film sembra aver perso la sua aurea “speciale” o la sua epicità. Questo non è determinato dalla speculazione commerciale sul brand di Star Wars, come molti hanno imputato e lo fanno tutto’ora, ma dall’adesione ad una filosofia industriale e creativa, che non esisteva ai tempi della nascita della saga. La filosofia del sequel per il sequel, che costringe ad investire tutte le forze creative nella strutturazione di una linea seriale, piuttosto che sul contenuto. Poi arriva Rogue One e viene quasi naturale inserirlo all’interno del filone come un Force awakens II,  come hanno fatto molti recensori, anche di testate illustri. Invece Rogue One non solo è diverso, ma è un’anomalia, sorprendente e inaspettata, quella goccia di ossigeno di cui si sentiva bisogno. Talmente dirompente da chiedersi come abbia fatto ad uscire fuori.

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L’inizio del film e i primi 20 minuti sono molto confusionari. C’è l’antefatto che dà il via alla storia, ovvero il rapimento dello scienziato Galen Erso (Mads Mikkelsen), la presentazione della protagonista Jyn Erso (Felicity Jones) e degli altri personaggi, ma tutto appare poco armonizzato. Si passa in modo frenetico da pianeta a pianeta e la maggior parte delle scene sono talmente brevi da essere inconsistenti. Poi il registro cambia e, come se fino a quel momento si fosse visto un altro film,  la narrazione segue una nuova linea, che accompagnerà lo spettatore fino alla fine. Tutto coincide con la formazione della compagnia “Rogue One”, che entra in azione ed inizia ad inseguire il proprio obiettivo, osteggiata ovviamente dai membri dell’Impero. Come si può immaginare, la guerra fra Repubblica ed Impero, Bene e Male è il tema principale del film che si sviluppa attraverso missioni segrete e battaglie epiche. Tuttavia il film si distacca dall’immaginario classico di Star Wars, in quanto ci sono molti più combattimenti tradizionali che fantascientifici: meno navicelle spaziali e più corpo a corpo sulla terraferma. I campi di battaglia sono città diroccate nel deserto, basi segrete fra montagne o foreste ricche di vegetazione che rievocano la memoria visiva e cinematografica della Guerra del Vietnam. I combattimenti sono ricchi d’azione e fino a qui niente di realmente nuovo, ma ciò che colpisce è la drammaticità della guerra e il peso effettivo delle sue conseguenze. Rogue One emoziona e  lo fa in modo radicale, oltre che creativo. Anche in questo senso rompe con il modello del sequel-to- sequel, riuscendo a dare molto di più che esplosioni ed effetti speciali.

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I componenti del Rogue One sono una banda assortita di reietti, che conquistano lo “spettacolo” con l’azione, l’ironia e i propri conflitti interiori. Noscondono una parte oscura, che li rende tridimensionali: dei veri personaggi, con una propria crescita interiore (chi più, chi meno). Vedendo Felicity Jones nei panni di Jyn Erso e confrontando la sua storia con il personaggio di Ray (Daisy Ridley), è facile il parallelismo con The Force awakens, tanto che si rischia di ignorare l’elemento sostanziale di diversificazione fra i due film: l’epicità. Quando nacque Star Wars, George Lucas disse di essersi esplicitamente ispirato ad Akira Kurosawa e alla figura del samurai in alcuni suoi film (I sette samurai, Il trono di sangue, La fortezza nascosta). Quel senso del sacrificio, di condivisione dei peccati, di lotta nobile ed eterna contro il male, che Lucas attinse da Kurosawa è oggi praticamente dimenticato e non solo al cinema. Questi temi furono l’anima di Star Wars all’inizio della sua gloria e il loro ricordo è ancora vivo nella mente e nel cuore dei “nostalgici”. Ecco perché The Force awakens non ha convinto o comunque ha convinto meno dei capitoli I, II e III dei primi Duemila, dove la computer grafica è talmente invadente da seppellire anche le poche cose buone. Rogue One invece, riesce magicamente a recuperare il contatto con il passato e a nutrirsi di un epicità ormai data per dispersa. C’è il sacrifico, c’è il dolore e ci sono le cause giuste per cui vale la pena di combattere e morire.

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Sembra assurdo che tutto questo sia uscito fuori dal nulla e senza fare troppo clamore o almeno non lo stesso che fece il “fallimento” di The Force awakens. Viene il dubbio allora, che Rogue One sia il frutto di una serie di conseguenze fortuite. Come l’essere un episodio minore di raccordo fra le due trilogie oppure un prequel senza possibilità di sequel in arrivo, una specie di figlio unico. Ad ogni modo la forza e la particolarità del film è proprio l’essere nato all’interno di un progetto di serializzazione cinematografica, riconducibile alla filosofia creativa che involontariamente va a confutare. E’ ancora difficile comprendere a pieno gli effetti di Rogue One sulle nuove politiche e tendenze produttive del cinema di genere mainstream. Potrebbe determinare un progressivo cambiamento di orizzonte creativo oppure un unicum sorprendente ed incompreso. Un pecora nera o una falla nel sistema.

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