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Trainspotting 2 – “…be addicted to something else”

Sick Boy: “Prima ce l’hai, poi lo perdi e se n’è andato per sempre”

Renton: “Quindi tutti invecchiamo e non ce la facciamo più. Tutto qui?! Questa è la tua teoria della vita?”

Sick Boy “Si…perfettamente illustrata, cazzo!”

Trainspotting 2 si apre con Mark Renton in palestra, che corre su un tapis roulant. L’immagine ha un valore uguale e contrario a quella del primo film, in cui il giovane Renton corre per le vie di Edinburgo, scappando dalle due guardie del negozio, appena taccheggiato. Il confronto fra il passato e il presente mette in evidenza il cambiamento del personaggio, il suo aver scelto la vita e la normalità; poi Mark accusa un dolore improvviso e collassa a terra, svenuto. La vita assume rapidamente l’aspetto della morte e le regole del primo capitolo si dissolvono, lasciando spazio ad una nuova storia da raccontare.

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Nostalgia ed impotenza sono i temi principali che sorreggono il secondo attesissimo capitolo di Trainspotting. Mark Renton torna ad Edinburgo per il funerale di sua madre, vent’anni dopo aver tradito i suoi migliori amici e l’eroina. Il mondo è cambiato: la Scozia è diventato un paese moderno, europeo, globalizzato e turistico. Non si può dire lo stesso di Renton&Co. che fra le rughe dell’età avanzata nascondono un senso d’insofferenza all’adattamento.  La droga, la prostituzione e il divertimento sono riconfigurati in ambientazioni differenti, sintomo di un’altra epoca, forse più civile, ma ancora poco familiare per i personaggi. Questo ha delle interessanti conseguenze dal punto di vista narrativo: Renton in particolare si muove in un luogo che non gli appartiene più e che è incapace di descrivere. La narrazione dunque non può essere affidata al suo famoso flusso di coscienza, che nel primo capitolo si ergeva ad istanza narrativa, determinando i nessi temporali e causali delle immagini. Diversa la prospettiva dello spettatore, per cui la rappresentazione cinematografica di Edinburgo converge verso l’immaginario comune della metropoli nord-europea. In un certo senso, T2 riesce ad invertire gli “addendi” narrativi del primo capitolo, facendo sì che le ambientazioni ci risultino più familiari del protagonista stesso. Renton infatti, sebbene sia indispensabile per la sua funzione di collante narrativo, non solo assume i connotati di un personaggio esteriore, psicologicamente ed emotivamente impenetrabile, ma viene addirittura declassato al pari di Spud, Sick Boy e Begbie. Inoltre, la perdita del controllo sulla narrazione rivela l’impotenza del personaggio e il suo sostanziale fallimento. Dopo vent’anni Renton non ha sfruttato i vantaggi del tradimento ed è rimasto sostanzialmente bloccato: non vuole proseguire con la propria vita e non può portare indietro le lancette del tempo. Si riunisce a Spud e Sick Boy, mettendosi ancora una volta nelle mani di quest’ultimo e aderendo al suo nuovo progetto d’impresa, non per un obiettivo comune, ma per mancanza di alternative. Tutto ciò fa di Renton un personaggio drammaticamente crepuscolare: se la libertà di scelta era l’unica cosa che rendeva il giovane eroinomane Rent-Boy un personaggio speciale rispetto agli altri, la sua condizione attuale equivale ad una morte del personaggio.

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Questo profondo vuoto di potere dell’istanza narrativa, trasforma Trainspotting 2 in un film corale, in cui Spud, Renton, Sick Boy e Begbie si ritagliano un tempo d’azione pressoché uguale all’interno della narrazione. Ognuno di loro ha un percorso specifico, con obiettivi diversi che spesso tendono a convergere. La partita fra i quattro personaggi si gioca fra sentimenti di vendetta e di riappacificazione, narrati secondo una focalizzazione esterna. Il loro punto di vista viene usato raramente, soprattutto per restituire una percezione soggettiva di alcune sequenze surreali ed immaginifiche. Questa scelta narrativa, oltre ad abbinarsi con la riconfigurazione dei personaggi, è anche motivata dalla volontà di instaurare un dialogo significativo con il primo capitolo. I riferimenti, i parallelismi e le rievocazioni di episodi, personaggi ed inquadrature relative al primo Trainspotting sono una componente centrale di T2. In sostanza, Boyle sceglie di giocare con la memoria cinematografica dello spettatore, attualizzando il passato e facendolo dialogare con il presente, al fine di mostrarne le discrepanze. Questa operazione lascia dei segni evidenti sui protagonisti, la cui analisi occupa buona parte del film. Il problema comune a Spud, Renton, Sick Boy e Begbie è quello di essere invecchiati male, ovvero di aver perso tutte le occasioni regalategli dalla vita, finendo risucchiati in quella torbida spirale esistenziale che li ha sempre contraddistinti. Oltre ad essere vecchi e “rovinati” nel fisico, sono soprattutto incapaci di comprendere e adattarsi alla contemporaneità, in quanto vincolati ad un passato che non ha più alcun riscontro. I grandi miti del calcio, così come le loro piccole-grandi imprese da pub sono ridotte a sogni fantastici o a frammenti di memoria, che prendono vita solo come proiezione del ricordo. La sensazione è che essi siano dei soggetti fuori dallo spirito del tempo: come dei veterani che non possono fare altro che decantare vecchie avventure.  La memoria dei personaggi è restituita secondo espedienti narrativi differenti, ed è in questa produzione che viene investita gran parte dell’autorialità linguistica. Nello specifico risulta molto interessante l’uso dell’ombra e la riappropriazione iconica dei fatti. Al primo caso possono essere ricondotti tutti gli esempi di proiezione della memoria attraverso immagini, ombre, e spettri del passato, configurabili come il frutto di un processo di rielaborazione interiore del personaggio. Ne sono esempio la proiezione di alcuni filmati di George Best sulla macchina di Sick Boy e Renton mentre questi ricordano le imprese del loro idolo, oppure l’ombra della madre di Renton che appare sul muro adiacente al tavolo da pranzo (in una inquadratura tipica di Trainspotting), mentre padre e figlio parlano delle ultime volontà della donna. Tutti elementi che testimoniano la presenza di una assenza. La continua rielaborazione di un lutto, che ha le sembianze dello scorrere inesorabile del tempo.

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La riappropriazione iconica del passato si realizza invece nella sostituzione del ricordo personale con la ricostruzione cinematografica della memoria. E’ per questo che Spud ricorda il giovane Renton in fuga delle guardie del negozio da loro derubato, attraverso le inquadrature del primo capitolo di Trainspotting e non immagini scaturite dal suo punto di vista in quel momento. La memoria cinematografica scalza il ricordo personale dei personaggi, al fine di restituire un ricordo iconico e sfruttare investimenti nostalgici.

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Nel suo carattere nostalgico, Trainspotting 2 diventa incredibilmente la ricerca di una dipendenza. Scompare la carica anarchica e la riflessione sociale sul mondo dell’eroina, sostituita dalla disperata ricerca esistenziale di qualcos’altro. Un’alternativa da contrapporre agli insuccessi e alla sterilità della vita. Una specie di via di fuga dalla pulsione di morte, che affligge i personaggi. Nessuno di loro ha un vero obiettivo e tutti sono costretti ad agire d’inerzia o con poca convinzione. Per alcuni la soluzione è continuare a fregare, come fanno Renton e Sik Boy, pronti a tradirsi a vicenda, pur di sentirsi meno inutili ed interrompere il loro impoverimento. Singolari invece i casi di  Begbie e Spud, che acquistano una maggiore importanza in questo secondo capitolo. Si scopre di più sul loro passato e i drammi personali che si trovano ad affrontare. Anche per loro si può parlare di lento disfacimento, che si realizza fra tentativi di omicidio e di suicidio, tuttavia il loro percorso narrativo s’intreccia con il tema della famiglia e delle differenze generazionali. Entrambi si ritrovano ad interpretare due declinazioni diverse della figura paterna che s’incamminano verso un processo di auto-comprensione e redenzione.

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Trainspotting 2 ha la bellezza drammatica e crepuscolare dello scorrere inesorabile del tempo. La stessa che si prova di fronte ad una foto di sé stessi diversi anni prima, senza rughe e capelli bianchi. “Prima ce l’hai e poi lo perdi per sempre” così Sick Boy illustrava il suo pensiero sulla carriera cinematografica di Sean Connery, elevato poi a teoria esistenziale. Il nuovo film di Danny Boyle è il tentativo morboso di elaborare questo lutto: la dipartita del talento, della giovinezza, delle possibilità illimitate, degli amori, della forza dionisiaca e distruttiva, che permetteva ai suoi personaggi di compiere imprese ormai troppo lontane.

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