Rehearsals for Extinct Anatomies: estetica dell’assenza

Institute Benjamenta or This Dream people call human life;The Phantom Museum;The Cabinet of Jan Svankmajer;Nocturna Artificialia;Strett of Crocodiles:se gli universi alogici dei fratelli Quay sono spazi di possibilità interpretante, sicuramente i titoli di questi progetti evocano una scomparsa o un’illusione di presenza.
Rehearsals for extinct anatomies evoca direttamente i suo spettatori, ma nel momento in cui lo fa, li ha già chiamati disabili: narrazioni automatiche per corpi o menti che in realtà sono anatomie, cioè analisi, corpi già destituiti dalle proprie potenzialità per farsi zone mancate o lastre di registrazione numerica.

Rehearsals for Extinct Anatomies (1991)
Rehearsals for Extinct Anatomies (1991)

E la sequenza iniziale sembra evocare questa “imprecisione fatale” del gesto e dello sguardo in un braccio infermo selezionato ed estratto dal resto da un mirino e appunto attraverso una serie di mirini o potenziamenti dello sguardo che dal momento in cui sono mutazioni del fuoco visivo, sono per sempre alterazioni, sono “messe a fuoco mancate”.
La prima figura vagamente antropomorfica che con difficoltà fa la sua apparizione è una  figura encefalica e oftalmica che ricorda molto le grosse teste dei mostri lynchani, una feticizzazione di una testa che evoca tra gli altri la serie Fetiche di Ladislaw Starewicz,  ma li evoca nella maniera che fa di queste “creature in provetta” l’universo dell’isolamento, dell’anonimo, del rimorso; i Quay poi radicalizzano quella configurazione perturbante che c’era in Ruka di Jiri Trnko (in cui il clone spettatoriale era un pupazzo fuori posto in uno spazio in cui la figura metonimica dell’uomo, la mano, cioè l’abilità, la funzione Touch Screen, è una figura di disagio e di Alterità) in cui l’uomo in realtà non è feticizzato, perchè si da come estraneità assoluta: come Niente.

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Se Benjamin, parlando delle fotografie di Atget, diceva che “l’ambiente si dischiude solo ai fotografi che sanno coglierlo nell’apparenza anonima di un volto umano (come nei film russi degli anni 20-30)”, dei Quay si può dire che l’apparenza è proprio il dischiudersi, perchè un volto umano è in realtà la traccia “tolta” di un ambiente meccanizzato irraggiungibile.
Non come in Jan Svankmajer in cui il corpo è già universo e buco nero e strutturalmente già macchina produttrice, ma come in una macchina costruttivista che ha degenerato i suoi principi, in cui le figure svelano e mostrano i meccanismi della propria produzione che programma un vuoto ri-costruirsi, capovolgendo la logica produzionista di Tatlin o come se le opere semi-automatizzate di Tinguely si completassero nelle figure super-automatizzate dei Quay, per cui una logica che prevede un automatizzazione totale si conclude sganciandosi da ogni altra logica per diventare forma Autonoma assoluta.

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In Rehearsal for Extinct Anatomies è come se le accumulazioni di Arman si sciogliessero in uno spazio in cui il trapasso dell’oggetto si garantisce dietro la vetrina per eccellenza,quella schermica.
Se nella logica del Minimimalismo lo spazio dell’opera senza autore conosce le sue funzioni solo nei modi in cui la percezione dell’altro le prevede, in Reserhars for Extinct Anatomies questa “responsabilità obbligata” si dinamizza in processi colpevolizzanti (come nei labirinti dell’esistenza di Kafka o in quelli della logica di Borgese), e l’Altro (lo spettatore) riconosce il fallimento delle sue funzioni nel momento in cui le ha delegate e de-umanizzate nello spazio delle cose.

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Come in Passageway di Robert Morris, il reale fenomenologico si ripiega su sè stesso (proprio in virtù di questa estetica dell’indifferenza) in uno stato di spaesamento o di potenzialità apparente (un corridoio semicircolare che conduce lo spettatore in un vicolo cieco), come in Temple Run (in cui i colori accecanti sono un miraggio di fronte ad un processo entropico), come si stesse davanti al Giardino dell’Esilio di Daniel Libeskind.

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Il Giardino dell’Esilio, Daniel Libeskind

 

Gli spazi architettonici dell’Espressionismo Tedesco tornano, deformandosi ulteriormente, e diventano così altro dal resto da essere completamente autonomi e perfetti e diffondendo l’alterità residua nel resto. Come nel No Man’s Show dello Stifter Dinge di Heiner Goebbels, ma la sinfonia macchinica è un requiem, come nel Feu d’Artificie di Giacomo Balla, sono forme pure ad appropriarsi di spazio ed azione.

Heiner Goebbels, Stiftes Dinge
Heiner Goebbels, Stiftes Dinge

Come in Libeskind la tradizione diventa il luogo dell’azione decostruttivista: non c’è una regia ma una macchina visuale automatica e la decostruzione avviene solo in funzione dell movimento attraverso lo spazio, perchè se il guardare è la conseguenza del movimento, allora il guardare è incorporato in ogni cosa che sa muoversi autonomamente.

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Se in Street of Crocodiles il clone dello sguardo era la Supermarionetta  di Craig o una marionetta Kuleshov uscita direttamente dai coltelli di Artaud, qui lo sguardo del controllo si è incarnato nella macchina stessa, che seleziona il campo in modo totalmente arbitrario, mentre i feticci stanno come manichini metafisici in un lazzareto parallelo.

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L’estetica del processo diventa beffarda come quella di Reinassance di Walerian Borowicz o come quella che mostra l’incessante riavvolgimento su sè stesso dello spazio di L’anno scorso a Marienbad.

Piano delle possibilità in L'Anno Scorso a Marienbad
Piano delle possibilità in L’Anno Scorso a Marienbad

Lo spazio allora trasforma la sua esplorabilità in un sistema di attraversamenti, in un trauma del passaggio, come in Morris o in Bruce Nauman, in uno spazio frammentato e di percezione limitata ed estenuante che ricorda gli spazi sulfurei di Yuri Norstein in  Hedgehod in The Fog.

Hedgehog in the Fog, Yuri Norstein
Hedgehog in the Fog, Yuri Norstein

2 pensieri su “Rehearsals for Extinct Anatomies: estetica dell’assenza”

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